Viviamo di fronte a una serie di eventi ed emozioni che ci tempestano continuamente, senza che noi lo decidiamo. Una serie senza fine di elementi scollegati. Quando ci focalizziamo su qualcuno di questi elementi e lo ridiscutiamo, possiamo avere l’impressione di perdere il ritmo. In realtà, è il modo migliore per trovare un ritmo: il nostro. Il cinema lo sa. Ci scollega dal mondo, per poi ricollegarci, temporaneamente e in modo differente, al mondo stesso.
A volte lo fa il caso. Nel fiume di ogni vita ci sono dei pesci che ogni tanto vediamo passare. Amiamo osservarli e osservarli di nuovo. Quando li rivediamo, ci danno un brivido di calore. Diventano parte di noi, per caso o per scelta. L’incontro con loro e, forse, la loro esistenza stessa non sono altro che delle coincidenze prevedibili. Sono gli autostoppisti sulla strada di automobilisti in cerca di compagnia, gli asteroidi che rigano il cielo degli insonni, le palline da ping pong che decidono di cambiare direzione. Alcune storie vivono, come questi pesci, nel fiume della nostra vita.
È molto probabile che conosciate la storia di Ester e Antonio, perché è una di quelle che vale la pena gustare. Con tutta probabilità, l’avrete appresa con l’attenzione esclusiva su Antonio, ricordato per l’inventiva e per il sopruso che subì. Quello che si cita solo in modo marginale è quello da cui io voglio partire: il rapporto tra loro due.
Siamo nella prima parte dell’800. Insieme, Ester e Antonio attraversano l’oceano. Da Firenze a Cuba e poi New York. Il loro rapporto, la distanza fisica, la sofferenza, sono tra gli ingranaggi che mettono in moto un’idea che, a partire dalla loro storia, dilaga verso la nostra.
Ester e Antonio si conoscono al Teatro della Pergola di Firenze. Lei è costumista, lui attrezzista. S’innamorano e, ancora giovani, lasciano la città toscana. Come sempre succede, un po’ scappano, un po’ cercano fortuna. Vanno a L’Avana, dove li aspetta il Grande Teatro Tacon, all’epoca tra i più grandi al mondo. Saranno direttrice dei costumi e direttore tecnico. Quando si apre lo scatolone dentro al quale c’è un teatro, si capisce che è una grande macchina. La meccanica, la chimica, la fisica si uniscono alla fantasia e alle arti con uno scopo poderoso: far emozionare. A Cuba, Ester naviga in un mare di tessuti e fili mentre Antonio esplora le sue passioni e mette a frutto gli studi fatti all’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Nel frattempo, trova spazio per lavorare ad alcune idee sue. In particolare, a una.
A L’Avana trascorrono quindici anni molto intensi che, a un certo punto, s’interrompono con la decisione di andare a New York, a Staten Island, dove Antonio apre una fabbrica di candele. In America, però, non hanno fortuna. Gli affari vanno male e la salute di Ester, ammalatasi a Cuba di artrite reumatoide, deteriora rapidamente. Antonio è distrutto. La malattia immobilizza la sua compagna. Ester passa le giornate a letto, nella camera al secondo piano, mentre Antonio continua a lavorare nel suo ufficio nell’interrato, pensando a lei. È in questo momento che sfrutta quell’intuizione sulla quale sta lavorando da una vita, dai tempi del Teatro della Pergola. Tramite un filo elettrico collega la camera di Ester al suo ufficio. Ai due estremi pone un diaframma vibrante e un magnete elettrizzato. Così facendo, lui ed Ester riescono ad ascoltare la voce dell’altro e parlare, a distanza.
– Ester, tesoro, come ti senti ora? Mmmm…capisco. Io? Oggi sono un po’ stanco. Sì sì, ora salgo.
Per la prima volta nella storia, due persone possono parlare a distanza. Antonio, il cui cognome è Meucci, ha appena inventato il telefono.
Visto sotto questa luce, l’invenzione del telefono appare per quello che è: un atto d’amore per attenuare il dolore della distanza. Vengono alla mente tutte quelle volte in cui il sentimento bussa alla porta della creatività, quelle volte in cui dedichiamo tempo a scegliere un regalo tanto speciale quanto inaspettato, quelle volte che facciamo una battuta arguta perchè sappiamo che la farà ridere. Tutte quelle volte… Per un partner ma anche per un famigliare, per un amico, per uno sconosciuto.
Maria Matilde Ester Mochi morirà parecchi anni dopo, nel 1884. Antonio Santi Giuseppe Meucci la seguirà nel 1889.
Saranno sepolti a Staten Island. Vicini.
POSTFAZIONE
Lo spunto per questo post mi è stato dato da Claudio, docente alla Scuola di teatro Grock, che ho frequentato due anni fa. Era marzo 2017. Eravamo fuori da teatro, a fine lezione. C’era Valentina, Silvia, Alessandra, Arianna, Jay. In quei giorni stavo per partire per l’Iraq.
– Claudio, chi è questo tipo con la barba che hai sullo sfondo del tuo cellulare? – avevo chiesto io.
– È Antonio Meucci, l’inventore del telefono. Un romantico. Sai come ha messo a punto quest’invenzione? No? Allora te la racconto.
Ho condiviso questa storia, per la prima e unica volta, con Yara. Le era piaciuta tantissimo. Come quella volta, anche stavolta gliela dedico. It is yours, Yaryour.
Scrivendo il post, ho consultato un po’ di documenti, esclusivamente online. Si focalizzano molto sulla lunghissima battaglia legale affrontata per dimostrare che Meucci – e non Graham Bell – è stato l’inventore del telefono. Per quanto sia una parte cruciale della sua storia, a me non interessava. L’ho tralasciata, sia perché la battaglia è stata vinta, sia perché a me premeva evidenziare la centralità della storia d’amore con la moglie. Aspetto che, non avendo letto né memorie né lettere di Meucci, ho liberamente romanzato. Ça va sans dire.
Il dipinto di copertina lo ha fatto mia mamma ed è appeso in soggiorno a casa dei miei. Si tratta di una copia di un quadro di una pittrice di cui mia madre non ricorda il nome.

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