LE TIRE-BOUCHON BLEU

Il web non sentiva il bisogno di un altro blog. Io, invece, sì

Safina

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“Vivere come volare / Ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere / Del resto non si può ignorare la voce che dice che oltre le stelle / c’è un posto migliore” (Brunori Sas. Kurt Cobain, canzone in sottofondo che mi accompagna mentre scrivo)

Tra Carugo e Mariano, un giorno di settembre tra il 1977 e il 2020

Sono dai miei genitori, nella casa in cui sono nato e cresciuto. Stasera è bel tempo e sono venuto qui a piedi, percorrendo la strada tra Mariano e Carugo. Abbiamo appena finito di mangiare e parlo con mia madre. Il mio sguardo vaga lentamente sulle mensole della cucina fino a fermarsi: c’è il salvadanaio a forma di Barbapapà che mi guarda. Lo riempivo da bambino, lo riempivano i miei genitori. Il Barbapapà ha sempre avuto lo sguardo sereno, lo stesso sguardo con cui ora mi osserva.

– Mamma, posso portar via il Barbapapà? – domando.

– Certo Igor – risponde lei, mettendo i piatti nel lavello.

Apro il Barbapapà e spargo le monete sul tavolo. Yen, scellini, lire, rial… Quanti viaggi, quelli di mamma e i miei. Divido le monete. Lascio a mamma quelle che arrivano dai suoi viaggi, rimetto nel Barbapapà quelle che arrivano dai miei viaggi.

Saluto e m’incammino verso casa. Mi aspetta mezzora di cammino. Il cielo si sta scurendo. Sul mio braccio è appollaiato il Barbapapà, dalla cui pancia si sente ogni tanto un suono metallico. È un suono del passato, come alcune canzoni che passavano alla radio in cucina e tuttora mi fanno canticchiare. È un suono che mi fa sorridere. Croc croc croc croc…

Quando smetti di guardare un posto tutti i giorni, è allora che quel posto cambia davvero. Così è successo per il paese in cui sono cresciuto. Forse si tratta di percezione. Forse c’entra anche la smemoratezza, l’unica risposta possibile allo scoprire che il tempo accelera e non ci si può far nulla. Fatto sta che i posti cambiano. Lo fanno con la velocità ipnotica delle dita di un irriverente chitarrista di flamenco, lo fanno con l’indifferenza delle stagioni. Le case crescono, invecchiano, si spengono, cambiano pelle. Le case muoiono. Seguono le storie delle persone ma sembrano vivere di vita propria. Dò uno sguardo al balcone della zia Irma. Quanto tempo è che mi dico che dovrei andare a trovarla e poi non lo faccio? Osservo delle palazzine che non ricordavo. Hanno i mattoni a vista e dei colori troppo intensi. Da dentro si sente la musica di Ennio Morricone, un telequiz, i piatti. 

Cammino e stringo il Barbapapà, l’amico che pensavo di avere perso. Di fronte a me, c’è un bivio: scelgo la strada più veloce e logica o passo dal cortile del condominio dove viveva mia nonna fino a vent’anni fa, il luogo in cui ho tanti tanti tanti ricordi e dal quale non passo da tanto tanto tanto tempo? La domanda è quasi sciocca. Alzo gli occhi verso il cielo. C’è la prima stella. Esisteranno gli alieni? M’immergo in una delle domande che da sempre mi affascina. Mi perdo nei meandri dello spazio quando mi accorgo che le gambe hanno già preso una direzione, quella dei ricordi. Entro nel cortile che mi ha visto giocare a pallone tante volte, sempre con le ginocchia sbucciate. Il pallone volava sul tetto dei garage, finiva sui balconi, s’incastrava sotto le auto. Quando s’incastrava sotto le auto, il bambino più alto, quello con le gambe più lunghe, si faceva avanti. Era lo stesso che vinceva a calcio ma che poi perdeva a nascondino. A un certo punto della sera la nonna o il nonno ci chiamavano: era ora di andare a letto. Ma come? Di già? Cercavamo di chiedere più tempo ma i nonni erano inamovibili. Dal cortile osservo i balconi: quello della Patrizia, quello del Luca Bizzozero, quello della signora Paola e del signor Gianni. Nessuno di loro ci vive più. Il signor Gianni era il presidente dello Juventus Club Carugo e mi portava a vedere la Juve a Torino. Mamma mi aveva regalato l’abbonamento in curva, costava 50.000 lire. Era il 1991. Il signor Gianni e io andavamo in pullman a Torino. In pullman c’erano ragazzi e ragazze più grandi di me. Sembravano molto sicuri di sé e “dicevano le parolacce”. M’intimidivano. Stasera, nell’appartamento che era di mia nonna, ci sono le luci accese. Mi blocco. Nonna, non sei tu…vero? Certo che sei tu. Solo che hai solo… hai quasi sessant’anni. Siamo in cucina, la zia Luciana è incinta e fa toccare a due bambini – me e Ivan – il pancione. Dice che sente scalciare.

Lascio il cortile e mi dirigo verso Mariano, tra qualche fabbrica e i pochi campi rimasti. Uno sguardo veloce alla fabbrica per cui lavorava papà e mi ritrovo di fronte il campo di furmenton, quello nel quale avrei potuto facilmente perdermi. È ancora lì. Da bambino non pensavo avrei potuto perdermi, ero certo di saper ritrovare sempre la strada di casa. Il campo di furmenton era la giungla della bella addormentata, esattamente come in quel libro di fiabe illustrato che Ivan e io sfogliavamo a casa dei nonni. Quel campo infinito non faceva paura e, forse, gli alieni si nascondevano proprio là dentro. 

Il Barbapapà mi guarda sorridente. Non perde mai il suo buonumore. Mi racconta di quando, un’estate di tanti anni prima, a Pescara, ho imparato a fare le barchette di carta, una delle epifanie più gioiose della mia infanzia. Un foglio, quattordici pieghe, una barchetta. Era così facile fare una barchetta di carta? Perché non l’avevo scoperto prima? Quante altre cose meravigliose c’erano ancora da scoprire? A Pescara, cominciai a imparare ad amare l’ignoto di fronte a me, un campo di furmenton gigante nel quale perdermi.

Qualche anno dopo Pescara, oramai adulto, cercai di impressionare dei bambini di una comunità rurale in Yemen. Presi un foglio e li guardai con fare da prestigiatore. Feci qualche scena per catturare la loro attenzione. Loro mi osservarono in silenzio, facendomi credere di averli catturati. Pregustando la loro sorpresa, cominciai a piegare il foglio, ripetendo le pieghe che avevo imparato più di trent’anni prima. Un foglio, quattordici pieghe, una barchetta. Una piega, due pieghe, tre pieghe… i bimbi m’interruppero, dicendo all’unisono “safina”. Li guardai stranito, continuando a piegare. Avevo perso improvvisamente la loro attenzione. Cosa era successo? Non sapevo ancora che, in arabo, safina significa barca. 

Io e il Barbapapà siamo oramai arrivati a Mariano, siamo oramai a casa, tra suoni metallici di emozioni e monete.

Chissà… Chissà cosa m’immaginavo di fare con una barca, chissà come pensavo di spendere i soldi nel Barbapapà. Chissà se mi immaginavo lingue diverse dalla mia. E gli alieni? Molte domande hanno avuto risposta e molto altre no. Forse non l’avranno mai e mi ritroverò con due soldi, alcuni dubbi, tanti ricordi, qualche delusione e la sensazione che anche se il mio paese è cambiato e i nonni non ci sono più, domani scoprirò qualcosa di tanto semplice da essere ovvio. Come era successo quell’estate a Pescara, quell’estate in cui ero diventato Cristoforo Colombo. Per sognare, anche a me era bastata una barca.


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5 risposte a “Safina”

  1. Avatar Giuseppe Losciuto
    Giuseppe Losciuto

    Nel mio breve commento al tuo precedente resoconto mi compiacqui per il pregio della tua scrittura di riuscire a intenerire il cuore (in latino: animum movère). Ora la conferma della tua sensibilità di scrittore riguarda un altro gratificante aspetto della commozione, quello di indurre piacevolmente al sorriso (in latino: gaudium) . Grazie Igor. Mitezza e umanità fluiscono dai tuoi resoconto come poesia dalla fonte Castalia sacra alle Muse. Ciò che narri non sono “storie” soltanto tue, sono comuni a tutti gli esseri umani. A parte i resoconto di tuoi viaggi, coi monti, i mari, i fiumi, i colori dell’alba e del tramonto, l’arcobaleno e la pioggia, i grilli e le cicale, qui ci sono soprattutto i sentimenti, le emozioni, i ricordi e i rimpianti che tutti viviamo, ma per i più, il tempo spinge ogni cosa nel dimenticatoio. Chi non ha o non ha avuto in casa un barbapapà o un goldrake salvadanaio? chi non ha lasciato bucce dei propri ginocchi su improvvisati campetti di calcio? chi non ha mai fatto barchette o feluche da ammiraglio con i fogli dell’album da disegno o rimandato a miglior tempo i buoni propositi di contattare amici lontani o fare visita a parenti vicini? Ma il tocco magico di tradurre in poesia normali ricordi di tutti è solo virtù dei veri artisti della penna (o della tastiera). Ancora complimenti, Pino.

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  2. Avatar Egal
    Egal

    Chiunque legga il tuo blog non può mancare di essere affascinato dalla tua capacità di evocazione: i ricordi , spesso relegati – volutamente o inconsciamente – a sprazzi di memoria, assurgono, nei tuoi scritti, ad elemento nobile e inglobante. Chi non fosse in grado di ricordare , per distrazione o per mancanza di capacità introspettiva, la propria Safina, il momento in cui ha scoperto come costruirla, dovrebbe seriamente compiere uno sforzo per recuperare il relativo ricordo. Perchè, altrimenti, rischierebbe di non capire se la sua barca, oggi, stia andando verso un porto sicuro o alla deriva. Nè quanti euro dovrebbe risparmiare , dovrebbe mettere nel Barbapapà, per continuare il viaggio.

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    1. Avatar igor

      Grazie Elena. Il tuo commento mi da l’opportunità di riflettere sul perché scrivo.

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  3. Avatar Piera molteni
    Piera molteni

    Come al solito bellissimo !!!!

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