Igea Marina, Riviera Romagnola, 2 Agosto 2020
I bagnini sono giovani, muscolosi, abbronzati. Così dice lo stereotipo. Il bagnino della stazione balneare di Igea Marina mi dimostra come gli stereotipi siano approssimazioni imprecise che rendono la vita facile ma non attingono necessariamente alla realtà. L’uomo di fronte a me, seppur abbronzato, non è né giovane né muscoloso. Prima di parlargli, lo osservo un attimo.
– Buongiorno. Avrei bisogno di uno sdraio e di un ombrellone per la giornata.
– Che fila? – risponde meccanico.
– La più vicina al mare – calco le parole come a voler sottolineare qualcosa di ovvio.
– Ok. Lei di dov’è?
– Della provincia di Como – dico io
– Ah, te sè cumasch.
– Eh sì.
– Mia nonna era di Como – prosegue lui, aggiungendo un po’ di notizie che seguo distrattamente. Nel frattempo mi prepara la ricevuta fiscale. Lo guardo con stupore. Ero sicuro che avesse la diffusissima allergia al fisco. E invece no. Un altro stereotipo sbagliato. È un bagnino che, oltre a non essere giovane né muscoloso, mi sta facendo la ricevuta.
– Sì, ma vivo ad Amman, in Giordania – aggiungo io, per troncare le sue chiacchiere. Se la mia intenzione è di troncare, con la parola “Giordania” ottengo il risultato opposto.
– Ah, quei posti là non mi piacciono per nulla. La religione è troppo importante. Là si ammazzano per la religione, lo si vede tutti i giorni…
Mentre lui prosegue a parlare, mi assento. “Igor, ce la puoi fare”, mi dico. Mi ricordo eroicamente che “Igor, sei sopravvissuto a ben peggio, non potrà durare a lungo”. Invece dura.
– Là si ammazzano. Non è sicuro per noi. E tutti questi qui che poi scappano da là per venire qua.
Decido di riprendere la situazione in mano.
– Vabbè, è un po’ più complicata di così – obietto io con la frase arrogante di chi pensa di essere superiore e non ha voglia e tempo di argomentare. Più che un serio tentativo di troncare la discussione, è un riflesso condizionato. Il bagnino non si dà per vinto. Lo lascio fare ancora un po’, senza ascoltare.
– Per non parlare delle donne, a cui impongono di mettere il velo…
Allarme rosso, non ce la faccio più. Prendo la ricevuta che penzola dalle sue mani e taglio la conversazione.
– Allora grazie. Buona giornata.
Lascio il bagnino senza guardare la sua espressione. Ci sarà rimasto male? Il dubbio mi sfiora troppo brevemente per considerarlo. Non ho tempo per quei discorsi, non ho più tempo. Procedo a passi sicuri verso la riva del mare. Ogni ombrellone che passo sembra essere uno dei tanti temi che non ho più voglia di discutere con quelli che etichetto come conservatori ottusi: la sfaccettatura delle diverse culture, la concessione degli stessi diritti a tutte le coppie, la liberalizzazione delle droghe, l’accoglienza dei migranti, l’inaccettabilità della pena di morte… No, non ho più voglia di riconsiderare queste mie posizioni.
Mentre cammino, sfilano gli ombrelloni e le poche persone che sono già in spiaggia, sfilano i discorsi che non sento, sfilano le marmellate di parole … ed io? non è vero, maddaiii, e allora? Ciaoooooo. Ok, ok, ok… l’altra estate, ieri sera… veramente? anche Luca… cosaaaaa? Sfila tutto, mentre mi avvicino al mare. Sfilano emozioni, sorrisi, leggerezza, rabbia, frustrazione, nostalgia. Sfila tutto, al ritmo degli ombrelloni.
Sfila anche il discorso col bagnino. Sfila ma non se ne va. Resta incrostato nella mente e genera un dubbio. Ho davvero smesso di discutere con quelli che la pensano troppo diversamente da me? Cosa significa “troppo diversamente”? Sto perdendo l’opportunità di rivedere o arricchire le mie posizioni? Sto scavando fossati per difendere il mio castello d’idee solo perché lo credo più figo di quello degli altri? E gli stereotipi come “il bagnino è abbronzato e non paga le tasse”?. Sono gli stessi stereotipi che, quando mi riguardano, mi fanno infuriare. “Ah, voi italiani, siete chiassosi, avete la mafia ma da voi si mangia benissimo… e come gesticolate!”, “ah, voi figli unici sì che siete viziati”, “ah, voi brianzoli che siete tirchi e lavoratori”, “beh, a una certa età, tutti mettono la testa a posto”. Una valanga di stereotipi tenuti insieme in malo modo con la vinavil permette a noi – me incluso – di arredare la nostra comfort zone, di farci interpretare un mondo difficile in modo tanto veloce quanto superficiale.
Più mi avvicino al mare, più la perplessità sale, in un crescendo incessante che, una volta arrivato sul bagnasciuga, fa esplodere una domanda: ma se mi fido degli stereotipi e smetto di discutere con quelli che la pensano diversamente da me – soprattutto quando li etichetto sommariamente come ottusi e conservatori – non è che sono esattamente come loro, quelli di cui presumo di essere migliore?
[silenzio]
Dal bagnasciuga guardo un pozza torbida, il mare della riviera romagnola. Potrebbe essere il mare di Mumbai. Resto con la mia domanda e, di fronte a me, c’è un mare di merda che mi sorride beffardo.
NOTA
La foto di copertina è parte dell’installazione The Key in the Hand ed è stata scattata nel padiglione Giapponese della Biennale d’arte di Venezia del 2015. Qui trovate un po’ di informazioni. Il senso dell’opera è forse un po’ travisato ma mi piace l’idea che queste chiavi che arrivano da tutto il mondo possano rappresentare vari punti di vista.

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